Dal 1780

Oltre due secoli, ma non li dimostra

Il Fiorio aprì i battenti nel 1780. La Torino di allora contava settantamila abitanti dentro le mura e circa diciottomila nei borghi e nel contado. Vi erano trentadue strade, illuminate da seicentotrenta fanali, che si incrociavano ad angolo retto e  generavano 139 isolati.

In quella Torino, il Caffè Fiorio ebbe successo e divenne in poco tempo un punto di riferimento della vita sociale cittadina, favorito anche dal periodo di grande splendore che via Po stava attraversando. Al di là della sua lunga storia, il Fiorio è uno dei più importanti caffè torinesi, uno di quelli che meglio ha conservato l'atmosfera e la tradizione della città. Chi non ha letto che al Fiorio si formava l'opinione pubblica cittadina, negli anni in cui Torino contribuiva attivamente all'Unità d'Italia? Era così importante che i regnanti, sia Carlo Felice che Carlo Alberto, e i loro ministri, per capire quale fosse l'umore dell'opinione pubblica chiedevano: «Che cosa si dice al Fiorio?». Oggi, sebbene non sia più il luogo privilegiato della politica nazionale, nelle sue sale pulsa la vita cittadina. Come ogni caffè che si rispetti, ha un proprio ritmo e le ore frenetiche si alternano a quelle di maggior quiete. Le famiglie che affollano le sale nei pomeriggi domenicali si avvicendano ai gruppi di amici che conversano, agli impiegati che si concedono una pausa di lavoro.  E non mancano le ore degli avventori solitari che paiono dar ragione ad Hermann Kesten quando scrive: «Anche in un caffè deserto non avverto la solitudine. Ai tavoli stanno seduti i fantasmi degli ospiti del passato, o quelli degli ospiti dell’avvenire».

Quando il Fiorio si affacciò sul palcoscenico della storia? Il primo cenno riguarda un curioso episodio riferito dallo storico Giuseppe Manno, che nel suo libro «Informazioni sul Ventuno» ricorda che Bernardo Pia, un oscuro inserviente dello speziale di Corte, Masino, fu condotto in gran segreto, la sera del 18 marzo del 1821, al Fiorio e qui gli proposero un forte compenso per mescolare del veleno alla medicina usata in quei giorni da Carlo Alberto, quattro giorni prima che fosse costretto a lasciare Torino per  ordine di Carlo Felice. Bernardo Pia si rifiutò. Sin dall'esordio, quindi, il Fiorio sembra essere un ritrovo di conservatori. Ingiustamente, perché la sua clientela pur essendo  tutta aristocratica, aveva concezioni politiche diversificate, tant'è che molti suoi avventori, pochi mesi dopo i falliti i moti del 1821, furono esiliati: Giacinto Collegno, Cesare Balbo e il principe della Cisterna, per fare alcuni nomi.

Il Fiorio era un caffè dove si discuteva di politica e sicuramente non annoverava mazziniani tra le sue fila, tuttavia non era caffè che risparmiasse le critiche anche al più illustre dei suoi clienti, Camillo Benso conte di Cavour. In particolare, lo criticarono quando, nel 1854, decise di inviare un corpo di spedizione di diciottomila uomini in Crimea, appoggiando l'intervento della Francia e dell'Inghilterra contro la Russia. Molti non comprendevano quali potessero essere gli interessi piemontesi laggiù e forse non sapevano neppure dove fosse la Crimea. Piccole incomprensioni presto appianate, infatti, quando due anni dopo, si dovette decidere il rappresentante del Regno Sabaudo al Congresso di Parigi, la clientela del Fiorio non ebbe dubbi e parteggiò per Cavour, contro quella del Caffè Nazionale che propendeva per Massimo D'Azeglio.

La tendenza conservatrice della clientela del Fiorio scemò di pari passo con la crescita dell'idea di unità nazionale. Tant'è che durante la guerra del 1859 anche numerosi suoi clienti parteciparono alle operazioni belliche, e agli specchi e alle spalliere delle sue poltroncine furono spesso appuntati nastri neri in segno di lutto per gli amici caduti al fronte. Il patriottismo nelle sue sale fu così fervente che un soldato francese promise ad un avventore di portargli un austriaco impagliato. E questo non fu l'unico modo di fare politica. Per ragioni di stato, Maria Clotilde di Savoia, figlia prediletta di Vittorio Emanuele II, il 30 gennaio 1859, dovette sposare Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, detto Plon-Plon, cugino di Napoleone III. Lui aveva trentasette anni, lei sedici. Artefice del matrimonio era lo stesso Cavour che intendeva rinsaldare l'alleanza franco-sabauda, il re ci si rassegnava a malincuore. Così, quando Cavour organizzò una grande festa per celebrare l'evento, moltissimi clienti del Fiorio e di altri caffè, in segno di comprensione per i Savoia, non vi parteciparono.  Cosa c'era veramente da festeggiare?

Nelle sale del «convenivano gli altolocati del governo, dell'aristocrazia, dell'ufficialità, della ricca borghesia, tra cui si infiltravano talvolta ricchi mercanti di cavalli». Di tanto in tanto vi si intrufolava qualche avvocato della borghesia in cerca di amicizie importanti. Tra questi vi era un ufficiale che si vantava di aver partecipato alla repressione dei moti del 1821 e di cui Brofferio ironicamente scrisse che taja le teste come i melon. L'idea dell'importanza dei suoi clienti è ribadita anche dallo scrittore francese Charles Monselet che, giunto a Torino nel 1859, per incontrare tutti i personaggi che contavano si recò al Fiorio.

L'avventore più illustre dell'Ottocento, lo sappiamo, fu Cavour, che entrò in politica nel 1847, fondando la rivista “Risorgimento”. Lo immaginiamo al suo solito tavolo mentre scriveva quegli articoli in cui dimostrava la necessità della Costituzione. E chissà quante volte avrà sostenuto le sue tesi politiche, suscitando la riprovazione dei conservatori. Un caffè è un intero universo ed è frequentato da un'umanità veramente varia. Per un cliente come Cavour, che diviene protagonista della storia, ve ne sono altri la cui massima notorietà tra i posteri è data proprio dall'aver frequentato quel caffè. Pochi sanno oggi chi fosse il conte Onorio, ma nella Torino di metà Ottocento era una figura notissima. Il cavaliere Baratta, di cui si parlerà tra poco, ce lo descrive come un nobile decaduto che trascorreva le sue giornate al caffè Fiorio “ senza darsi altra pena al mondo fuorchè quella di mangiare”. Quando morì, il cavaliere immaginò una lapide sepolcrale che esprimesse «il tenore di quella vita così inutile e vuota». Perciò scrisse questa epigrafe: «Sia leggera la terra al conte Onorio, / la cui morte, ahi! Dolore! Un vuoto grande / sulle panche lasciò del caffè Fiorio!»

Il cavaliere Baratta nacque a Genova nel 1802 e morì a Torino presumibilmente nel 1866. Si era trasferito nella capitale sabauda per intraprendere la carriera diplomatica. Ma non andò proprio così. Era uno spirito bizzarro, collaborava a giornali e riviste. Lo si vedeva spesso leggere e scrivere sui tavolini dei caffè del centro, Fiorio compreso. Era famoso e temuto per i suoi caustici epigrammi – come quello dedicato al conte Onorio – che lui definiva scherzi poetici. Quando morì a sua volta fu vittima di un epigramma proposto da un collaboratore della Gazzetta di Torino: Del Cavaliere Baratta in questa fossa / riposan le ossa, / ma dire non oso / che trovi la lingua anche riposo.

Il Fiorio non fu solo ritrovo di buontemponi, come si potrebbe credere, ma anche luogo dove le idee si sviluppavano e venivano presentate al grande pubblico. Non è affatto un caso che proprio nelle sue sale, Ilario Petitti espose  per la prima volta la teoria della necessità di una rete di comunicazione ferroviaria italiana quale motore dell'unità politica e del progresso economico.

Nei secoli scorsi, nei caffè si giocava molto e, per quanto fosse vietato, non mancavano i giochi d'azzardo. Accadeva in tutti i caffè della città, o meglio in tutti i caffè di tutte le città. Il Fiorio non faceva eccezione, anzi. Nelle sue sale si giocavano intere fortune e, quando si perdeva, valeva la regola “debiti di gioco, debiti d'onore”. La polizia vigilava, stilava rapporti riservati, reprimeva, ma senza esiti risolutivi. A maggior ragione al Fiorio, per via della rispettabilità aristocratica della clientela, che si copriva vicendevolmente e che contava amicizie negli uffici giusti. C’era anche chi barava. Essere scoperti comportava trattamenti diversi a seconda che si fosse nobili o borghesi.

Se ne accorse a proprie spese un giovane avvocato. Era al Fiorio, impegnato nel gioco del Goffo, e provò a barare, ma fu scoperto, malmenato, insultato, cacciato dal  caffè, inseguito lungo i portici di via Po. La sua carriera, promettente fino al giorno prima, fu compromessa. Per la vergogna si rifugiò a Susa, dove un sacerdote gli consigliò la vita religiosa. L'avvocato, convintosi, studiò e prese gli ordini. Si racconta che le sue omelie domenicali fossero molto apprezzate: d'altra parte non era forse un ex avvocato? Solo che non durò. Chiese al vescovo la dispensa, rinunciò all'abito talare e si sposò. Le sue tracce si persero. Una vita radicalmente dirottata su altri binari solo per aver incautamente barato al tavolo del Fiorio.

Per un baro che veniva pizzicato, vi erano molte persone rispettabili che si dedicavano a giochi più tranquilli e pensosi. Tra costoro, va annoverato proprio Camillo Benso di Cavour che al Fiorio non solo raccolse gli adepti per il suo Circolo del Whist e degli scacchi, ma vi tenne anche, nel marzo 1841, la prima riunione ufficiale. Alcuni studiosi ritengono che il suo circolo fosse, in realtà, un modo per selezionare una élite politicamente più omogenea. Una sorta di paravento, così tra una partita e l'altra si gettavano le basi della politica nazionale.

Carlo Alberto chiedeva ogni mattina che cosa si era detto tra le mura. Lo frequentarono Cavour, Rattizzi, D’Azeglio.
E ancora oggi quelle sale raccolgono i segreti dei gelati più famosi di Torino, che Nietzsche centellinava sulle labbra interrogando gli sguardi della gente.

Tre paia d’occhi, nel buio. Il vecchio carrettiere di via Po se li sentì passare accanto, che strisciavano contro i muri. E gli corse un brivido sulla schiena. Si fermò, come per accarezzare il mulo, e li seguì con lo sguardo. Erano tre uomini, e i due col tabarro nero che svolazzava come quello dei diavoli tenevano il terzo in mezzo. Che quasi non toccava terra con i piedi tanto era trascinato. Gli occhi scintillarono ancora, per l’ultima volta davanti al Fiorio, poi sparirono dentro quell’uscio. E per un istante, le tre ombre, proiettate in strada dalla luce che usciva dal locale, sembrarono proprio satanassi.

Lo storico sardo Giuseppe Manno, nel suo “Informazioni sul Ventuno”, l’episodio non ce la narra certo così.
Ma ci racconta che proprio quella sera, quegli uomini tramarono contro Carlo Alberto. E non lo fecero certo da dilettanti, visto che tentarono di convincere un certo Bernardo Pia, inserviente dello speziale di Corte Masino, a mescolare un potente veleno alla medicina usata in quei giorni dal principe. Ma l’uomo, trascinato là con un po’ di forza e col miraggio di un vistoso compenso, rifiutò. Era il 18 marzo del 1821: mancavano quattro giorni alla partenza di Carlo Alberto da Torino su ordine di Carlo Felice.

E la Storia passò ufficialmente per la prima volta al caffè.
Quella storia contraddittoria, sottile e incomprensibile, incalzante e persino buffa che accompagna l’uomo da sempre. E quella che passò dal Fiorio buffa lo era davvero. Nessuno ha mai saputo se il principe venne informato del pericolo partito dal Fiorio. Fatto sta che il caffè, o meglio il pensiero che ne scaturiva, era ogni mattina al centro dell’interesse di Carlo Alberto, quasi avesse percepito che quello che si pensava al Fiorio per lui avrebbe potuto essere questione di vita o di morte. “Che cosa si dice al Fiorio?” chiedeva infatti a ogni levar di sole ai suoi consiglieri che gli davano le relazioni degli affari di Stato. E lo chiedeva a ragion veduta, perché il Fiorio era la meta preferita degli aristocratici, intellettuali e diplomatici dell’epoca.

Per questo era chiamato il caffè dei “codini e dei Machiavelli”, per le punte dei vestiti d’antica foggia dei suoi avventori e per il pensiero che li pervadeva. Clienti conservatori di ferro, per i quali la libertà era una lenta conquista civile cui bisognava allenare il popolo perché non la sciupasse. Chi erano? Erano Giovanni Prati, Giacinto Collegno, Cesare Balbo, Perrone di S. Martino, il principe della Cisterna, il Lisio, il Santarosa, il Passalacqua. E tutti insieme facevano del Fiorio la fucina del pensiero politico di Torino. Quel movimento intellettuale che aveva iniziato a lampeggiare ai tavolini del celebre Caffè Piemonte, quello nel Palazzo dell’Accademia delle Scienze in via San Filippo – oggi Maria Vittoria- dove s’incontravano anche l’astronomo Plana, il matematico Bidone, lo studioso di classici Amedeo Peyron con il latinista Carlo Boucheron.

 Ma quando era iniziato quel cenacolo di pensiero? Intorno al 1780, e il vero successo lo aveva raggiunto all’inizio del secolo successivo, quando il locale era passato all’abile gestione dei fratelli Fiorio. Tra quei muri, dal profumo del bicerin si criticavano le rivoluzioni, si perdevano fortune al gioco del Gobbo, i tecnocrati discutevano animatamente sulla necessità di dotare l’Italia di una rete di trasporti su scala nazionale.

Dal vicino Caffè Colonne, quando udivano la polemica, piombavano al Fiorio anche Carlo Asinai di San Marzano e Luigi Ornato, sempre più lanciati verso la libertà, che si univano a Santorre di Santarosa, a Moffa di Lisio, a Cesare Balbo. E sempre nelle sale del Fiorio, tutti costoro si sentirono spesso accusare dai padri della “frattura ideologica operata nella loro classe” e, nel 1820 si videro persino accollare la responsabilità ideologica del sangue del duca du Berry, Un anno dopo, sempre tra le stesse eleganti pareti, echeggiarono le prime ipotesi su un secondo memoriale di Carlo Alberto, con cui il principe giustificava il suo operato di fronte alla Santa Alleanza, mentre a Parigi, proprio quel Santorre di Santarosa, nel suo “La Revolution” presentava il principe come traditore dei liberali.

Era la polemica d’Italia, che rimbalzava da un tavolino all’altro, dalle tazze fumanti ai profumati dolci, e che si interrompeva solo per brevi attimi tra un sorso e un goloso assaggio. O che trovava nuovi argomenti di scontro nella dovizia di giornali e periodici che anche al Fiorio, come nei migliori caffè torinesi, erano a disposizione dei clienti: “giornali italiani, stranieri, politici, scientifici, letterari,le principali riviste e le diciassette gazzette che si stampavano a Torino” come ci racconta un certo Valéry nel 1840. Poi il già visto cambiamento di nome in “Caffè della Confederazione”, la nuova clientela “mista” e chiassosa; quindi il ritorno dell’aristocrazia alla fine del secolo scorso e il ritorno anche al glorioso nome “Fiorio”. E, ancora, l’epoca di Camasio, con gli studenti che correvano dietro alle sartine, che si accapigliavano nel dehors del Caffè Fiorio. E’ tutta e sempre storia di una dei caffè più classici di Torino, tra i pochissimi a occupare ancora oggi gli stessi locali in cui venne fondato. E i muri, i divani, le grandi specchiere, gli stucchi, sono ancora quelli che, nel secolo scorso, videro Nietzsche, seduto a tavolino, cercare risposte alla propria angoscia negli occhi degli altri avventori, centellinando con filosofica lentezza i già celebri gelati del Caffè Fiorio.

Quelli che accolgono i golosi, sono ancora gli stessi arredi chem negli anni Trenta, nella grande sala della del “Vagone”, ospitavano Oddone Beltrami, lo scrittore Alfredo Segre, l’antifascista Claudio Fiorini, il musicista-musicologo-saggista Massimo Bruni, per citare solo qualche nome.Uomini che, tutti insieme, erano un’anima unita contro il pensiero del ventennio. E il Fiorio come a ondate, nei giorni delle perquisizioni fasciste, di riempiva e si svuotava, “si disertavano per qualche giorno gli incontri, poi, calmate le acque e caduto il pericolo, si riapprovava all’isola felice” come ci ha lasciato testimonianza lo stesso Beltrami.Che cosa è cambiato nel glorioso caffè con più di duecento anni di grande tradizione dietro al bancone? Quasi nulla, perché il velo del tempo non ha spento un solo guizzo di quel Fiorio che a Torino, da decenni, è simbolo di gelato e di zabaioni che non hanno rivali. E anche oggi, come sempre, davanti a un “gianduiotto con crema e panna”, o un classico gelato al torroncino e nocciola, o ai “pezzi duri” o ai sorbetti alla frutta, in mezzo alla gente comune, s’incontra sempre qualcuno che ha fatto, sta facendo o farà qualcosa d’Italia.

Ma la vera attrazione del Fiorio, quella per cui nobili, ricchi e meno ricchi tendevano le orecchie nelle sue sale, erano i sapidi colpi di penna di Antonio Baratta, il “cavaliere senza camicia” considerato – dopo morto – il primo epigrammista dei Caffè del Risorgimento. Che attraverso le sue taglienti rime, che più volte ricordano volentieri il Fiorio, fece passare tutta la torinesità dell’epoca, dal 1848 al ’66: con Angelo Brofferio, il “gran trombone della democrazia piemontese”, che pontificava spessissimo al caffè di via Po, Baratta ebbe una polemica in versi che durò fino alla morte e anche Cavour non venne certo risparmiato dai “sali attici” dell’arguto epigrammista. Sì, perché anche Camillo Benso spesso e volentieri lustrava i suoi occhiali e rifocillava lo spirito al Caffè di Via Po. Poi, tutto d’un tratto lo abbandonò, perché giudicava il Fiorio troppo affollato e rumoroso per il silenzioso gioco degli scacchi e del Whist. E così, in effetti, era. Perché nel 1845, il già celebre caffè venne rinnovato da un’abile schiera di artisti, tra cui lo scultore Bogliani, e divenne un elegante ritrovo frequentato da una miriade di borghesi, in mezzo ai quali si confondevano e non riuscivano a colloquiare Rattazzi, Lamarmora, D’Azeglio. Erano gli anni in cui a Torino c’era tutta l’Italia che faceva l’Italia. E nel caffè di via Po – anche il celebre Caffè Diley era infatti sotto i portici di quella strada – s’incontravano tutti o quasi gli uomini più importanti della scena politica. E ogni caffè di Torino, allora, aveva i suoi clienti particolari, perché i Carbonari si davano convegno nei caffè di via Lagrange e in quello del Progresso; i reggitori di giornali si radunavano al Londra; gli artisti e le matricole al Rondò.

Ma tra i tutti, il Fiorio era rimasto il caffè degli aristocratici per antonomasia, dove era rinato e imperversava il gioco del Gobbo. E, sempre, per conoscere l’Italia, il suo pensiero politico, le sue aspirazioni, chiunque deve recarsi al Fiorio. E’il caso di Carlo Monselet, il critico e letterato francese che “venuto sullo spirare del 1859 a Torino da Parigi per formarsi un’idea esatta del movimento italiano, vi conosce al Fiorio, caffè, sala di conversazione, mercato e clou, il conte Gallina, antico ambasciatore a Parigi e Londra, il marchese Alfieri, presidente del Senato, i generali Sanfront, Actis, Franzini e il conte Cigala, aiutanti in campo di Vittorio Emanuele, vale a dire i campioni dell’esercito, della diplomazia vecchia e nuova, dell’eleganza e della cultura, fra i partiti politici più opposti, seduti indistintamente fra uomini di Stato del passato e dell’avvenire, donnette equivoche, preti, militari, facchini”, come racconta Piera Condulmer nel suo “Dal caffè al caffè”. In pratica, un Florian torinese con tutte le carte in regola per quel che riguarda “l’assortimento” degli avventori.

Ma non era più il Fiorio di una volta.
A causa del cambiamento di clientela, il caffè, nel 1850, aveva infatti mutato anche il suo nome in “Caffè della Confederazione”. E la nuova denominazione e la promiscuità durarono fino agli ultimi anni dell’Ottocento, quando dame e cavalieri ripresero a passeggiare delicatamente e con stile nella stupenda contrada di via Po, riempiendo di nuovo di nobiltà le sale dorate del Fiorio.

Indirizzo
Via Po, 8 Torino 10121
Telefono
+39 011 817 3225
Email
info@caffefiorio.it
Web
http://www.caffefiorio.it

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